http://www.artisticopiacenza.it/indirizzi.html
 

 

 


   

 



   
   

 

   

L’iniziativa intende celebrare la prima rappresentazione de Le Sacre du Printemps di Igor’ Stravinskij, avvenuta circa un secolo fa (il 29 maggio 1913) a Parigi nel Teatro degli Champs-Elysées.
Al suo apparire la composizione, con il suo marcato politonalismo, le sue inusitate articolazioni ritmiche, le accentuazioni fauves, si impose come una delle creazioni più sconvolgenti nell’ambito dei movimenti artistici d’avanguardia che si concentrarono nella capitale francese e che da essa si irradiarono. « L’arte è un guasta-linguaggio e nondimeno – e anzi proprio per questo – concerne il linguaggio, lo manipola »: questa frase del filosofo Max Loreau, ben si potrebbe riferire, per esprimerne la portata, alla Sagra della primavera. Quest’opera di Stravinskij non avrebbe potuto che essere rappresentata a Parigi.
La volontà di dedicarle degli incontri ci dà l’occasione di rispondere appieno, e in modo straordinariamente ricco, ai principi che li sostengono: quelli di ampliare le argomentazioni dall’ambito musicale verso gli altri linguaggi espressivi. Ecco quindi che dopo la prima conferenza incentrata sull’aspetto musicale, ma rivolta – come sempre avviene nelle relazioni di Carlo Migliaccio – alle arti figurative, si passa a considerare i rapporti intercorsi tra queste e la Sagra, per come poterono influire - o esserne influenzate – la scenografia e le coreografie dei Balletti russi, per i quali l’opera venne composta.
Lo stesso “spazio « della » musica” (Favaro), il Teatro degli Champs-Elysées – inaugurato proprio nel 1913 – costituisce un caso esemplare in ambito architettonico: al suo progetto lavorarono, oltre che Van de Velde, Auguste Perret, pioniere del cemento armato; è a partire da ciò che viene affrontata la fondamentale questione della relazione tra tecnica e concezione poetica in architettura.
Si tratta di celebrare in qualche modo – ma la finalità è sempre didattica – anche questo tempio della musica e del teatro (sede dell’Orchestre National de France) che promosse e vide, oltre alla Sagra della primavera, altre prime assolute di rilevanza fondamentale nel campo della musica contemporanea come quella, il 2 dicembre 1954, di Déserts di Edgard Varèse.
(Antonio Romano)


Carlo Migliaccio
LA SAGRA DELLA PRIMAVERA
E L’INIZIO DEL NOVECENTO MUSICALE

La Sagra della primavera di Igor Stravinskij non è un brano musicale come tutti gli altri: il suo ascolto richiede un impegno che va al di là della semplice ricezione estetica. Si può dire che è il simbolo del Novecento, perché ne riflette le contraddizioni e le fratture, gli ardori e le speranze. Inoltre attraversa il secolo XX in tutte le sue differenti interpretazioni, musicali e coreografiche; la storia della danza infatti non ha potuto fare a meno di cimentarsi nella coreografia della Sagra: da Nijinskij a Mjasin, fino a Martha Graham, Mary Wigman, Pina Bausch, Maurice Béjart. Così tutta la musicologia e persino parte della filosofia si è dovuta spesso confrontare con questo capolavoro, non solo per analizzarlo ma soprattutto per scovarne i significati reconditi. Il peculiare rapporto con le arti figurative si rivela imprescindibile, anche per comprendere l’atmosfera culturale in cui l’opera è sorta: la Parigi delle avanguardie e delle sperimentazioni linguistiche, l’Europa della belle-époque precedente al catastrofico conflitto mondiale. Le reazioni controverse e burrascose del pubblico alla prima tenutasi al Teatro degli Champs Elysées, il 29 maggio 1913, sono la testimonianza della dirompenza di una partitura che in poco più di mezz’ora è riuscita a rivoluzionare non solo l’arte musicale, ma anche la stessa collocazione dell’uomo in un mondo in radicale trasformazione.
La conferenza si propone di analizzare la Sagra della primavera innanzitutto dal punto di vista musicale, con l’ausilio di opportuni ascolti ed esemplificazioni al pianoforte, al fine di farne emergere le intrinseche componenti tecniche e strutturali, per poi relazionarla alle coeve esperienze estetiche, sia pittoriche che architettoniche, sia letterarie che coreografiche, necessarie per comprendere non solo il contesto di riferimento ma anche il suo inesauribile carattere di modernità. (Carlo Migliaccio)

 

Titti Di Stefano
GLI ARTISTI DELLE AVANGUARDIE E IL BALLETTO (1906-’29)
>>

L’800 finisce con due tendenze, una simbolista, che risponde al bisogno di alludere o evocare suggestivamente evitando ogni esplicita rappresentazione e una decadentista, sovraccarica di oggetti e decorazioni con valori simbolici allusivi. Il nuovo secolo si apre con due scenografi e teorici: Adolphe Appia e Gordon Craig. Appia riconducendosi al clima simbolista e a Wagner, concepisce il teatro come uno “spazio vivo” dove la scena acquista un rigore plastico; Craig lo concepisce come un’arte nuova che può diventare la sintesi (non la fusione come intendeva Wagner) di tutti gli elementi artistici.
Con i Balletti di Diaghilev (1909-1929) la scena ritorna al fondale dipinto, ma si apre agli sviluppi dei linguaggi delle avanguardie, soprattutto di quelle parigine e italiane, accogliendo le idee e le proposte degli artisti più innovativi, in opposizione ad ogni naturalismo descrittivo, fino ai risultati più astratti. Diaghilev senza alcun programma di poetica vuole che nelle scene entrino la totale bisogno di alludere o evocare suggestivamente evitando ogni esplicita rappresentazione e una decadentista, sovraccarica di oggetti e decorazioni con valori simbolici allusivi. Il nuovo secolo si apre con due scenografi e teorici: Adolphe Appia e Gordon Craig. Appia riconducendosi al clima simbolista e a Wagner, concepisce il teatro come uno “spazio vivo” dove la scena acquista un rigore plastico; Craig lo concepisce come un’arte nuova che può diventare la sintesi (non la fusione come intendeva Wagner) di tutti gli elementi artistici.
Con i Balletti di Diaghilev (1909-1929) la scena ritorna al fondale dipinto, ma si apre agli sviluppi dei linguaggi delle avanguardie, soprattutto di quelle parigine e italiane, accogliendo le idee e le proposte degli artisti più innovativi, in opposizione ad ogni naturalismo descrittivo, fino ai risultati più astratti. Diaghilev senza alcun programma di poetica vuole che nelle scene entrino la totale libertà d’espressione e il furore creativo degli artisti. Superare il limite tra scena e platea equivale alla volontà degli artisti di far saltare i confini tra l’arte e la vita, tra il gioco e la realtà.
La conferenza intende approfondire il rapporto delle avanguardie con la scena e considerare se i nuovi linguaggi plastici e pittorici hanno assunto valori diversi nel teatro o se sono rimasti autonomi. (Titti Di Stefano)

 

Lucia Valentini
AUGUSTE PERRET E IL TEATRO DEGLI CHAMPS-ELYSÉES (1911-’13)

L’architetto Perret, e il teatro degli Champs-Elysées - Questo lavoro, per le vicissitudini, le polemiche pubbliche, i contrasti ideologici, le scelte formali, secondo le quali è stato realizzato, caratterizza e pone in evidenza la figura emblematica del suo progettista, lo conferma protagonista nel panorama culturale a cavallo del XIX-XX secolo.

Auguste Perret e il calcestruzzo armato - Storicamente primo edificio eseguito a Parigi in Rue Franklin n. 25 bis 1903 “primo edificio dove la pianta, le sezioni verticali e gli esterni stanno in funzione del cemento armato” (Rogers), con Perret l’elemento strutturale si adegua alla volontà creativa architettonica.

Auguste Perret e la concezione modernista - La concezione di Perret, la cui razionalità classica è percepibile nelle sue opere, negli intrinseci rapporti spaziali, visibili dalla struttura alle facciate, sottintende anche l’ingannevole, vera natura plastica di questo materiale, che deve sottostare nella sua conformazione alle abilità dei carpentieri, ma anche ai notevoli costi delle casseforme. Questi studi, queste indagini accompagneranno Perret lungo l’arco della sua carriera, culmineranno con la concezione di una intera città, Le Havre ricostruita nel secondo dopoguerra, cantiere sperimentale, dove sono applicati gli stilemi del suo classicismo modernista, la sua composizione urbana, tramite elementi prefabbricati, con i suoi rapporti pieni-vuoti, le sue proporzioni, le sue grandi visuali prospettiche, non sempre accettata, contrastata, perché riconosciuta non a dimensione d’uomo. Patrimonio dell’Unesco, il centro della città è considerato uno dei massimi esempi di sviluppo urbanistico del dopoguerra. « L’architetto, ha scritto Perret, è un poeta che pensa e parla in costruzione. » (Lucia Valentini)

 

Relatori

CARLO MIGLIACCIO, laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, è tra i fondatori, presso l’Università degli Studi di Milano, del Seminario Permanente di Filosofia della musica. Ha studiato Composizione sperimentale presso il Conservatorio di Musica « G. Verdi » di Milano con Niccolò Castiglioni e Luca Lombardi, diplomato in Pianoforte presso lo stesso Conservatorio, dottore di ricerca presso l’Università di Tolosa e docente di ruolo in Storia e Filosofia, svolge attività di ricerca nel campo della filosofia della musica.
È autore di: I balletti di Stravinskij (Mursia 1992), Bergson (Mursia 1994), Musica e utopia (Guerini 1995), Debussy (Mursia 1997), L’Odissea musicale nella filosofia di Jankélévitch (CUEM 2000). Ha curato Introduzione alla filosofia della musica (Utet-De Agostini 2009).

TITTI DI STEFANO è docente di Discipline pittoriche presso il Liceo Artistico Statale “B. Cassinari” di Piacenza.

LUCIA VALENTINI è docente di Discipline Geometriche, Architettoniche Arredamento e Scenotecnica. Formatasi presso la facoltà di architettura all’Università La Sapienza di Roma, con particolare interesse per la progettazione architettonica e l’archeologia, lavora presso il Liceo Artistico di Piacenza dal 1990. Ha lavorato nell’indirizzo Beni Culturali dedicandosi e promuovendo attività didattiche trasversali con esperienze nell’ambito del rilievo del bene archeologico mobile, completando l’attività didattica con l’esperta presso il laboratorio di restauro dei Musei civici di Palazzo Farnese a Piacenza. Ha collaborato alla progettazione e realizzazione del monumento nel “Giardino della memoria” a Piacenza, dedicato alle vittime dell’Olocausto.

 


Attraverso le conferenze di filosofia della musica, svolte a partire dal 2005,  il Liceo Artistico Statale “B. Cassinari” intende offrire ai propri studenti  un  contributo verso la conoscenza del linguaggio musicale.
Tale conoscenza, la cui acquisizione non è prevista nei curricoli della Scuola secondaria superiore, è ritenuta invece dal Liceo fattore imprescindibile nella formazione in campo artistico e culturale. Lo studio delle arti e dell’arte contemporanea in particolare - che si  caratterizza assai spesso attraverso opere costituite da una molteplicità di codici - impone conoscenze approfondite di tipo multidisciplinare. Inoltre, nella trattazione di argomenti di storia dell’arte, letteratura e filosofia l’inserire relazioni e confronti tra gli ambiti disciplinati cui appartengono e il linguaggio musicale, può rivelarsi un metodo particolarmente efficace nella comprensione di concetti trasversali.  
È per questo che le conferenze propongono argomentazioni che, a partire da concetti propri delle arti visive, si svolgono nella specificità del linguaggio musicale, con ampliamenti alla riflessione estetica e collegamenti ai diversi linguaggi espressivi.

(Antonio Romano, docente di Discipline pittoriche, curatore delle conferenze)

 

Cronologia delle conferenze >
Pubblicazioni del Liceo >

Scarica locandina > e pieghevole >